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alimentazione

23 MAGGIO ore 20.30
Ristorante Tondo
Via Stephenson, 55 – Milano

Si terrà la serata dedicata alle intolleranze nei bambini,Piccole intolleranze crescono”: una cena per mangiare bene e approfondire la conoscenza sulle intolleranze alimentari, soprattutto quelle che riguardano i bambini, non sempre facili da affrontare, e diagnosticare fin dal loro primo insorgere.

Quali sono i sintomi che possono farci sospettare un’intolleranza?
Quali i cibi che più spesso le provocano?
Come aiutare i nostri bambini a convivere al meglio con questa patologia?

RELATORI:

Prof. Giuseppe Di Fede – Direttore Sanitario dell’Istituto di Medicina Biologica (IMBIO) e dell’Istituto di Medicina Genetica, Esperto in Nutrizione e Docente Master in Nutrizione UniPV
Dr. Alessio Tosatto – Dottore in Biologia applicata alla ricerca biomedica – Staff IMBIO
Dr. Sacha Sorrentino – Dottore in Biologia applicata alla ricerca biomedica – Staff IMBIO

Menù:
Schiacciata di Kamut
Risotto allo speck e scamorza
Tagliata di manzo (200gr) con verdure alla griglia
Aspic al Moscato con uva, pinoli e uvetta
Calice di Vino – Rocca
Caffè e Acqua

Costo della cena 25 € .

Prenotazione obbligatoria:
inviare una mail a: nonnapaperina@nonnapaperina.it

intolleranze nei bambini

Mercoledì 10 aprile 2013, ore 20,30 - Salone Estense, via Sacco 5, Varese

Si terrà “La salute vien mangiando”, una conferenza interamente dedicata alle intolleranze e alle infiammazioni di origine alimentare, patrocinata dalla città di Varese.

Relatori:

Prof. Giuseppe Di Fede – Direttore Sanitario dell’Istituto di Medicina Biologica (IMBIO) e dell’Istituto di Medicina Genetica, Esperto in Nutrizione e Docente Master in Nutrizione UniPV, e il Dr. Alessandro Scorba – Medico Termale ed Esperto in Nutrizione.

Evento gratuito.

Sponsor della serata Alcat Test Italia, l’unico Test d’intolleranze alimentari, agli additivi e coloranti chimici, agli antibiotici e anti-infiammatori, approvato dall’FDA, di cui si parlerà approfonditamente durante la conferenza.

La salute vien mangiando

Giovedì 11 aprile 2013 - ore 20,30 - Ristorante “Grani&Braci”- via Farini, angolo via G. Ferrari, Milano.

Si terrà la serata dedicata al nuovo libro di Tiziana Colombo: “Nichel. L’intolleranza? La cuciniamo”, edito da Silvana Editore.

Una cena per stare in compagnia, nel corso della quale l’autrice, appassionata di cucina ed esperta di ricette per le intolleranze alimentari, presenterà il suo libro: un valido aiuto per tutti coloro che quotidianamente devono convivere con l’intolleranza al nichel, ma anche per  tutti coloro che, interessati al tema della nutrizione, desiderano approfondire una problematica di grande attualità.

Il volume contiene una ricca proposta di ricette prive di nichel, tutte le informazioni necessarie per affrontare i disturbi connessi a questa intolleranza, i singoli alimenti da evitare e quelli da preferire, i metodi di cottura, le pentole da utilizzare e tanti consigli anche sui cosmetici e i detersivi che possono rivelarsi dannosi e irritanti.

Alla serata, saranno presenti il Prof. Giuseppe Di Fede – Direttore Sanitario dell’Istituto di Medicina Biologica (IMBIO) e i nutrizionisti di Alcat Test Italia, che hanno collaborato con l’autrice, offrendo la loro ampia e comprovata esperienza nell’ambito della nutrizione e delle intolleranze alimentari.

Il menù della cena comprende:

  • risotto mantecato al radicchio
  • arrostino di maiale al latte
  • insalata songino
  • bavarese ai frutti di bosco con geleè di menta
  • acqua e caffè

Per i “tolleranti” ci sarà l’aperitivo offerto da Milanesi e il vino durante il pasto

Il costo della serata è di 25 euro a persona. E’ necessaria la prenotazione: mandare una mail di conferma a: nonnapaperina@nonnapaperina.it

Locandina

intolleranze alimentari A cura della Dott.ssa Cacciola Maria Stella, Biologa Nutrizionista, Esperta in intolleranze alimentari e fitointegrazione.

Sono dieci anni che mi occupo di intolleranze alimentari. È iniziato per caso, come spesso avviene per tutte le cose che ti cambiano la vita!

La mia passione è nata quando, nel tentativo di perdere un paio di chili resistenti, mi sono rivolta ad una collega BN, che faceva anche il test citotossico. La collega attuò una “dieta di eliminazione” totale degli alimenti cui ero risultata intollerante, e finalmente riuscii a superare la soglia tanto desiderata! Ma c’è un ma…

Infatti, nonostante avessi riportato un successo insperato dal punto di vista della riduzione del peso, avevo spesso un fastidioso e inspiegabile mal di testa che si calmava solo quando andavo in palestra o correvo.

A questo punto però, interessandomi sempre più all’argomento, cominciai a leggere tutto quello che l’attuale letteratura proponeva e a partecipare a numerosi seminari favorevoli e contrari i test per la diagnosi delle intolleranze (più questi ultimi!), andai a Roma a seguire il corso dedicato alla lettura del test citotossico e poi feci uno stage in un centro di Bologna, dove ogni giorno si eseguivano centinaia di test citotossici.

Ancora una volta mi fu proposto di fare il test citotossico, scopro così intolleranze diverse da quelle individuate con il test precedente. Mi sarei aspettata di non trovarne affatto, invece ero ancora intollerante! Latte e leviti! Togliere il latte? I lieviti? Non avevo alcuna intenzione di sobbarcarmi l’iter di eliminazione totale per 3 mesi!

Ho iniziato anch’io, in collaborazione con un laboratorio di analisi, a eseguire i test citotossici ai pazienti. Per ogni test facevo un’accurata anamnesi del paziente, effettuavo il test, impiegando anche 2 ore per ciascuno e cercando di fare attenzione all’impilamento dei Globuli Rossi, alla vacuolizzazione dei Globuli Bianchi, alle interruzioni di continuità della membrana, ai danni più eclatanti, controllavo molti campi ecc.

Il mio scopo era trovare dei parametri di lettura oggettivi, ma spesso mi accorgevo che osservando a lungo un vetrino, il campione si modificava e si alterava, probabilmente a causa del calore indotto dal sistema d’illuminazione del microscopio stesso. Il tentativo di essere più accurati, precisi e oggettivi si risolveva nell’alterazione del campione, quindi diventava controproducente.

L’esperienza è qualcosa di meraviglioso! Col tempo si diventa capaci di fare le stesse cose in minor tempo, ma siamo certi che sia sempre a favore del “fatto bene”?

Nel frattempo ho deciso di provare a fare anch’io la dieta di eliminazione di latte, latticini e lieviti con risultati veramente importanti, ottenendo finalmente anche la scomparsa del fastidioso mal di testa. Questo può essere soggetto a diverse interpretazioni. Possiamo ipotizzare ad esempio che il primo test sia stato letto in modo corretto e oggettivo e le intolleranze al latte e ai lieviti siano subentrate in seguito. Questa ipotesi non tiene conto del mal di testa comparso durante il primo trattamento dietetico e scomparso nel secondo con l’eliminazione del latte, latticini e lieviti, e non convince la spiegazione che queste intolleranze si siano sviluppate in un secondo tempo, a causa dell’uso continuato di quei cibi, perché in realtà non avevo consumato più latte, latticini e lieviti di prima. È più semplice pensare che tutte queste intolleranze, presenti fin dal principio, non siano state individuate in precedenza forse perché il quadro era complesso e lo stato infiammatorio molto importante. Anzi, l’eliminazione del primo gruppo di alimenti aveva apportato il beneficio di sbloccare un metabolismo rallentato, ma non aveva ridotto in modo ottimale l’infiammazione minima persistente causata dal latte, latticini e lieviti e mi aveva reso più sensibile alle altre intolleranze causandomi il fastidioso mal di testa.

In seguito, ho spesso riscontrato lo stesso meccanismo anche in altre persone da me seguite nutazionalmente. La BN che aveva fatto il primo test aveva realizzato un buon lavoro, ma non aveva individuato con completezza i cibi cui ero intollerante.

Questo ci riporta a una riflessione importante sulla soggettività della lettura del test citotossico e sulla possibilità di omettere, più o meno consapevolmente, intolleranze a cibi che potrebbero essere molto importanti ai fini di un corretto impiego per l’elaborazione di piani nutrizionali assolutamente personalizzati.

Ricordo bene che qualche anno fa ci dicevano che un buon test citotossico deve dare intolleranza a pochi alimenti, 2 o 3, massimo 4. E se ne troviamo 10-15 allora cosa facciamo?

A tal riguardo vorrei porre l’attenzione sull’intolleranza al nickel. Se si omettono informazioni perché non valutate importanti, si rischia di non riuscire a diagnosticarla in modo corretto. Si tratta, infatti, di una delle intolleranze più difficili da inquadrare perché coinvolge moltissimi alimenti non collocabili per famiglie biologiche e tal volta si riscontra in persone che apparentemente non sono allergiche al nickel o comunque hanno una reazione allergica molto bassa!

Mi sono spesso chiesta come fidarsi, alla luce di tutte queste importanti conoscenze, di test citotossici eseguiti presso laboratori privati, letti da operatori frettolosi o comunque ignari delle informazioni sul paziente, che solo il nutrizionista può avere. Inoltre, troppo spesso, i test sono gestiti in modo autonomo dai pazienti, che non conoscono i possibili danni, e le malnutrizioni importanti, provocati da una dieta di eliminazione mal gestita.

Per alcuni anni non ho più fatto test citotossici e non ho richiesto test ai miei pazienti. In alcuni casi il paziente mi portava quello che aveva già fatto, io lo valutavo ma ho imparato a interrogare le persone accuratamente, richiedendo numerose informazioni per riuscire a stilare piani nutrizionali che tenessero conto di tutti i dati raccolti.

In qualche caso, però, restano i dubbi, rimane qualcosa d’inspiegabile!

Proprio per tutte queste considerazioni mi sono interessata ad altri test, come la ricerca delle IgG ma non sempre ho avuto buon riscontro perché non sempre i soggetti intolleranti hanno le IgG aumentate!

È molto interessante l’ALCAT test: si basa sul test citotossico, ma non si effettua su sangue intero bensì solo sui globuli bianchi neutrofili e, cosa ancor più importante, non richiede la lettura di un operatore. I pozzetti con alimenti o sostanze chimiche e sangue sono letti attraverso uno specifico strumento di conteggio e misurazione cellulare, denominato ROBOCATII (validato dall’US Food & Drug Administration), che individua le eventuali variazioni volumetriche e cliniche dei globuli bianchi (granulociti neutrofili) a contatto con le sostanze testate. Quando si verifica una variazione del numero e delle dimensioni dei globuli bianchi significa che è presente una reazione avversa a quella determinata sostanza.

Questo sistema permette una determinazione oggettiva delle intolleranze ad alimenti e sostanze chimiche. Inoltre, il risultato fornito è corredato da tutta una serie d’informazioni che non solo aiutano il nutrizionista nella stesura di un piano nutrizionale corretto che supera la vecchia modalità di eliminazione assoluta di tutti i cibi incriminati per 3 o 4 mesi, grazie a una più moderna “dieta di rotazione”, cioè l’esclusione degli alimenti solo per alcuni giorni alla settimana e la reintroduzione negli altri giorni.

Altro risultato importante è certamente quello realizzabile grazie alla creazione di una rete di nutrizionisti, che utilizzano lo stesso test a lettura oggettiva, e i medesimi principi di stesura della dieta, quella di rotazione. Ciò permette a tutti i membri d’interagire direttamente in workshop dedicati, scambiarsi opinioni e magari pubblicare i risultati di queste interazioni.

La Dott.ssa Cacciola Maria Stella riceve a Messina, in via Aurelio Saffi 78 isol. 98, e a Catania presso Amanpuri, via del Bosco 219. info: +39 3339959391.

convegno medicina del Benessere

Si parlerà anche di nutrizione e intolleranze alimentari durante l’VIII Convegno di Medicina Estetica Integrata che l’istituto di Medicina del Benessere Frontis organizza in occasione della festa della Donna.

L’evento, dedicato sia a un pubblico femminile sia maschile, sarà un’importante occasione di confronto, dialogo e approfondimento su alcuni aspetti fondamentali per il nostro benessere nel campo della medicina estetica, della nutrizione e della medicina antiaging.

Tra i numerosi esperti del settore che interverranno al convegno, ci sarà anche il Prof. Giuseppe Di Fede – Direttore dell’Istituto Medicina Biologica (I.M.B.I.O) e Istituto di Medicina Genetica Preventiva Personalizzata (I.M.Ge.p) di Milano.

Novità di questa edizione è la sessione pomeridiana, dove gli esperti saranno a disposizione per rispondere alle domande dei più giovani.

Potete iscrivervi direttamente online: http://www.frontis.it/wordpress/iscrizioni-on-line/

A cura del Dr. Francesco Lampugnani, Biologo Nutrizionista, Specialista in Farmacologia

Dopo aver presentato pregi e difetti di “zucchero bianco, di canna e fruttosio”, proseguiamo la panoramica sui dolcificanti naturali e sintetici valutando: saccarina, aspartame, sucralosio e stevia.

SACCARINA

La saccarina è stata il primo dolcificante artificiale. La parola deriva dal latino e significa zucchero. È disponibile in tre forme: Acido Saccarinico, Saccarina di Sodio, Saccarina di Calcio. Quella più usata è la saccarina di sodio.

Ha un potere dolcificante 300 volte superiore al saccarosio, ma presenta un retrogusto leggermente amaro e metallico, generalmente considerato sgradevole specialmente ad alte concentrazioni. A differenza di simili composti di sintesi (es. aspartame), la saccarina è stabile al calore anche in ambiente acido, è inerte rispetto agli altri ingredienti alimentari e non richiede precauzioni di conservazione. Nei paesi in cui l’uso di entrambi i composti è consentito, la saccarina è spesso associata al Ciclammato in proporzioni 1:10 per correggere i citati difetti di retrogusto; è spesso associata anche all’aspartame.

Nel 1878 fu scoperta casualmente in un laboratorio, dove si lavorava il catrame. Fu una scoperta importante, soprattutto per i diabetici. Infatti, la saccarina transita attraverso l’apparato digerente senza alterare i livelli sanguigni d’insulina e in pratica senza fornire alcuna energia all’organismo.

Preoccupazione sulla potenziale nocività e cancerogenicità si espresse massimamente nel 1977, quando fu pubblicato un lavoro che comunicava l’aumento d’incidenza del cancro alla vescica in ratti alimentati con alte dosi di saccarina. Al momento, viste le bassissime quantità di utilizzo, non è stata dimostrata per tali quantità nessuna correlazione. La saccarina è impiegata in una grande varietà di cibi, bevande e cosmetici.

Non è metabolizzata dal nostro organismo; una volta assunta, è rapidamente assorbita (circa 90%) e come tale eliminata con le urine, senza subire modifiche. Non influenza i livelli glicemici e non fornisce alcuna energia all’organismo. Non favorisce la carie e quindi consigliata nelle diete ipocaloriche e nei diabetici. Restano, tuttavia, molti dubbi sulla tossicità, pur esistendo tantissimi studi che ne confermano la sicurezza per dosi di consumo normali. I dubbi circa il coinvolgimento della sostanza nei confronti del cancro alla vescica restano. Molta prudenza per l’uso in gravidanza, data la capacità di attraversare la placenta.

ASPARTAME

L’aspartame è un altro dolcificante artificiale. E’ composto da due aminoacidi, l’acido aspartico e la fenilalanina, più il metanolo che esterifica l’estremità carbossilica della Fenilalanina.

Pur avendo le stesse calorie dello zucchero, il suo potere dolcificante è 200 volte superiore; per questa ragione ne servono piccole quantità per dolcificare cibi e bevande.

Le persone che soffrono di fenilchetonuria (hanno difficoltà nell’assimilare la fenilalanina), devono limitare l’assunzione di questo dolcificante perché è fonte di fenilalanina.

L’utilizzo come dolcificante alimentare, con la sigla E 951, è autorizzato in dose massima giornaliera di 40 mg./Kg di peso. Esistono molte diatribe sul ruolo cancerogeno dell’aspartame (ci sono numerosi studi in merito). Nel 1980, un’inchiesta decretò la mancanza di dati sufficienti a confermare il legame tra aspartame e tumori al cervello.

Tuttavia, fu negata una nuova autorizzazione all’uso, in attesa di nuovi dati. Altri studi evidenziarono l’aumento dell’incidenza di linfomi e leucemie nei topi femmine a seguito dell’assunzione di vari dosaggi di aspartame. Inoltre, uno studio italiano ha confermato questi dati, e ha ipotizzato un legame tra formaldeide (il metabolismo dell’Aspartame, libera anche Metanolo, trasformato prima in Formaldeide e poi in Acido Formico, entrambi tossici) rilasciata dal metabolismo dell’aspartame e l’aumento di tumori cerebrali (Europee Journal of Oncology, del 2005). Entro settembre 2012, l’EFSA, la corrispondente europea dell’FDA americana, dovrà rivalutare la sicurezza dell’aspartame. Particolare importante: qualora sia presente un disturbo (potrebbero esisterne diversi), imputabile all’assunzione di aspartame, sono necessari 60 giorni senza assunzione di aspartame, per far regredire tale sintomatologia.

Uno dei più grossi limiti dell’aspartame è quello della non resistenza alle temperature (superiori ai 30°), quindi anche quella del corpo umano, che attiverebbe i processi che portano alla liberazione delle sostanze tossiche di cui parlavo prima. Per dovere d’informazione, riporto quali sono i punti a favore dell’aspartame che ne spingono l’utilizzo: basso potere calorico (essendo circa 200 volte più dolce del saccarosio) per cui ne servono piccolissime quantità; Non innalza la glicemia, per cui adatto ai diabetici, ma ricordiamo tutti i grossi dubbi ancora esistenti.

SUCRALOSIO:

Diffuso da poco tempo, anche se scoperto in Inghilterra già nel 1976, questo dolcificante deriva dal saccarosio e, per le manipolazioni cui è sottoposto lo zucchero, è considerato un dolcificante artificiale.

E’ realizzato con un processo in più fasi, si parte dal classico zucchero da cucina, il saccarosio, cui sono sostituiti tre gruppi ossidrilici (formati da ossigeno e idrogeno) con tre atomi di cloro. Il risultato è un dolcificante stabile, con lo stesso sapore dello zucchero, ma senza calorie.

Dopo questa scoperta, il sucralosio, è stato sottoposto a un programma conclusivo di test sulla sicurezza per un periodo di 20 anni. Oggi il sucralosio, è autorizzato in oltre 80 paesi. Può essere utilizzato da tutti, anche da bambini, durante la gravidanza o l’allattamento, ed anche dai diabetici. Resiste al calore e può essere sottoposto a cottura, anche in forno. E’ molto utile per quanti cercano di ridurre l’assunzione di zucchero e calorie. Aumenta sempre più il numero di alimenti e bevande che sono dolcificate con sucralosio. Quello che rende possibile l’utilizzo in piccolissime quantità, è un potere dolcificante circa 600 volte superiore a quello dello zucchero. Grosso vantaggio è l’eccellente sapore dolce, molto simile a quello dello zucchero.

Inizialmente vi fu un dubbio sul destino degli atomi di cloro, ma attendibili accertamenti hanno promosso a pieni voti questa sostanza. Infatti, il sucralosio rimane intatto nell’organismo. Il cloro non è liberato, dato che la molecola di sucralosio rimane intatta ed è eliminata quasi totalmente senza modifiche. Altro dato importante è che la molecola non interagisce minimamente con l’alimento che la contiene.

STEVIA:

Recentemente si è diffuso un nuovo dolcificante, che presenta interessanti caratteristiche: la stevia.

Si tratta di una piccola pianta erbacea arbustiva perenne della famiglia delle composite (lattuga, calendula, cicoria), nativa delle montagne fra Paraguay e Brasile. Ha una buona capacità dolcificante: nella sua forma naturale è circa 10/15 volte più dolce del normale zucchero da tavola. Nella sua forma più comune di polvere bianca, estratta dalle foglie della pianta, arriva a essere dalle 70 alle 400 volte più dolce dello zucchero, pertanto pare sia il dolcificante naturale più potente. Una sola fogliolina fresca dopo qualche istante, trasferisce al palato una forte sensazione dolce, lasciando alla fine un lieve retrogusto di liquirizia. I principi attivi sono lo Stevioside e il Rebaudioside A.

Non causa diabete; non ha calorie; non altera la glicemia; non dovrebbe avere tossicità (al contrario dei dolcificanti sintetici); non provoca carie; non contiene sostanze artificiali; può essere utilizzata per cucinare. Sono stati ipotizzati anche alcuni impieghi in medicina per il diabete e l’obesità. Consente, infatti, di ridurre il consumo di zucchero, specie quello bianco.

Si utilizza ormai su larga scala, in Giappone, per esempio, è già usata per dolcificare la Coca Cola Light. La sua commercializzazione è stata a lungo ostacolata per via dei numerosi interessi legati alla produzione di altri dolcificanti ( barbabietole da zucchero, canna da zucchero ecc).

Importanti caratteristiche che la connotano sono:

  • Non è fermentabile (come lo zucchero), quindi utile a chi soffre di candida
  • Stabile al calore, almeno fino a 200° C
  • Non è tossica, quindi sicura
  • E’ senza calorie
  • Può essere utilizzata dai Diabetici e nelle diete ipocaloriche

È sicuramente un buon dolcificante naturale, già usato in molti paesi; per il momento i limiti sono dati dai costi, non ancora competitivi per la coltivazione delle piante e per l’estrazione.

Infine, per concludere questa panoramica sui dolcificanti (ricordo la prima parte dell’articolo: Come dolcificare nel modo migliore? – parte 1), vorrei esprimere solo una breve considerazione. Tra i vari dolcificanti, vale sempre la regola delle quantità, ad esempio, il fruttosio, entro limitate quantità, può essere utilizzato tranquillamente, ma aumentando il consumo crescono, in maniera direttamente proporzionale, gli svantaggi. Ricordo inoltre le virtù della stevia e del sucralosio, che veramente restano inerti e senza calorie.

intolleranza al lattosioA cura del Prof. Giuseppe Di Fede, Medico Chirurgo, Specialista in Nutrizione e Dietetica Clinica, Docente c/o il “Master di Nutrizione Umana” dell’Università di Pavia, Direttore Sanitario dell’Istituto di Medicina Genetica e Preventiva di Milano.

Le proprietà nutritive del latte sono sempre state associate al concetto di salute e crescita, e il suo consumo è parte di una cultura popolare che si tramanda da generazioni.

Si tratta, infatti, di un alimento indispensabile per il bambino in crescita. Per gli adulti il discorso è differente e per valutare gli effetti positivi del suo consumo dobbiamo considerare diversi aspetti. Primo fra tutti, la qualità del prodotto.

La gestione dell’allevamento delle mucche da latte è stata modificata nel tempo, con importanti conseguenze nelle proprietà e nella sicurezza dell’alimento: il latte che beviamo oggi ha una qualità inferiore rispetto a quella di tanti anni fa.  Perché il latte sia di massima qualità, le mucche dovrebbero poter pascolare e alimentarsi in erba, libere di muoversi per tutto il giorno. Lo scenario può essere invece molto diverso: le mucche sono mantenute in batterie, con mangimi a base di soia, fieno e alimenti derivati. Non possono muoversi liberamente e passano gran parte del tempo a mangiare biada, sottoposte a stress produttivo con la somministrazione di fattori di crescita che aumentano la produzione di latte, anche di 4 o 5 volte in più rispetto alla normalità.

Il latte prodotto dalle mucche al pascolo sarà quindi più ricco di omega tre, antiossidanti naturali, proteine, calcio e minerali, mentre quello prodotto dalle mucche in batteria conterrà questi fattori nutritivi in quantità ridotta.

Altra importante considerazione riguarda la correlazione tra il consumo di latte e latticini nell’adulto e il rischio di contrarre patologie prostatiche, fino al cancro prostatico. [Torniainen S. et al Lactase persistence, dietary intake of milk, and the risk for prostate cancer in Sweden and Finland, Cancer epidemic, Bio makers e prevention, 2007, 16 (5), pp. 956-61].

D’altra parte però esiste anche un ruolo protettivo per il tumore al colon, data la presenza nel latte di una sostanza chiamata lattoferricina che deriva dalla digestione enzimatica della lattoferrina, nota per le proprietà anti cancro e immunostimolanti.

Nella donna, un elevato consumo di latte e latticini favorisce la produzione di cisti ovariche, seno fibromatoso e tumore al seno. Ecco perché le linee guida della prevenzione anticancro, diffuse dai centri di terapia oncologica, sconsigliano il consumo di latte alle donne che hanno avuto un problema oncologico a seno, utero e ovaie.

Inoltre, Il 55% della popolazione mondiale è intollerante al lattosio, il principale zucchero del latte. Tuttavia, esiste una grande variabilità geografica: nei paesi dell’Europa settentrionale il 60-70% delle persone mantiene Ia funzione dell’enzima che digerisce il lattosio. Man mano che si scende dal nord Europa, invece, l’attività della lattasi si riduce: nella nostra penisola e dintorni, bacino del Mediterraneo, il deficit genetico per la Lattasi, è molto frequente.

Come tutte in tutte le situazioni confuse, è importante non adottare concetti estremi e prese di posizione inutili. Forse basta una semplice domanda: abbiamo bisogno di grandi quantità di latte e prodotti lattiero caseari?

I bambini sì, è chiaro per tutti. Gli adulti no!

Infine, è importante ricordare che uno screening genetico può aiutarci a individuare le persone che possono trarre beneficio da un’alimentazione a base di prodotti lattiero caseari. La personalizzazione del consiglio nutrizionale, e il buon senso, ancora una volta, prevalgono sulle credenze popolari. Bisogna rivolgersi a uno specialista in nutrizione che possa avvalersi dell’indagine genetica, per meglio consigliare e educare non solo il singolo soggetto ma tutta la famiglia.

cura del Prof. GiuseppeDi Fede, Medico Chirurgo, Specialista in Nutrizione e Dietetica Clinica, Docente c/o il “Master di Nutrizione Umana” dell’Università di Pavia, Direttore Sanitario dell’Istituto di Medicina Genetica e Preventiva di Milano.

Secondo una recente ricerca, condotta da un gruppo dell’Università di Adelaide, e pubblicata sull’ultimo numero dell’European Journal of Epidemiology, i bambini alimentati con diete sane in età precoce svilupperebbero, nel tempo, un quoziente intellettivo leggermente superiore, rispetto ai coetanei cresciuti con “diete spazzatura”.

Lo studio, che ha avuto come campione oltre 7.000 bambini, ha esaminato il legame tra le abitudini alimentari dei bambini a 6 mesi, 15 mesi e due anni, e il loro quoziente d’intelligenza (QI) a otto anni di età.

Sono stati analizzati una vasta gamma di modelli alimentari, valutando: gli aspetti tradizionali, le modalità di preparazione, l’utilizzo di prodotti freschi o preparati, l’allattamento al seno, il consumo di “cibi spazzatura” e di quelli verso i quali potrebbe esistere un’intolleranza.

Poiché nei primi due anni di vita la dieta fornisce le sostanze nutritive necessarie allo sviluppo del sistema nervoso, scopo dello studio è stato quello di analizzare il reale impatto delle abitudini alimentari sul QI dei bambini.

I risultati mostrano che i bambini allattati al seno a sei mesi e, alimentati con una dieta sana e regolare a 15 e 24 mesi (dieta ricca di legumi, frutta e verdura) hanno manifestato, a 8 anni, un QI superiore di due punti rispetto ai bambini cresciuti con una dieta ricca di biscotti, cioccolato, dolci, bibite e patatine fritte nei primi due anni di vita.

Sembrerebbe che un effetto negativo possa essere determinato anche dall’assunzione in età precoce di alimenti già preparati industrialmente e ricchi di conservanti e/o additivi alimentari, ma a questo riguardo i risultati appaiono discordanti.

Le evidenze raccolte sottolineano la necessità di nutrire i bambini con cibi sani fin dai primi anni di vita. Un’alimentazione corretta contribuisce, infatti, al completo sviluppo delle facoltà psichiche. Importante, inoltre, un apporto corretto di acidi grassi della serie omega 3/6, derivati da pesce e verdura, per favorire lo sviluppo generale del bambino e del sistema nervoso centrale.

Anche se le differenze di QI non sono esorbitanti, è stato comunque dimostrato il ruolo cruciale dei modelli alimentari, adottati nel periodo dai 6 ai 24 mesi, per sviluppo cognitivo dei bambini.

Invitiamo a controllare l’alimentazione dei bimbi fin dai primi giorni di vita; fondamentale per lo sviluppo e il nutrimento del neonato è l’alimentazione della madre. Un’alimentazione corretta ed equilibrata, infatti, influenzerà la crescita del bambino, riducendo la possibilità di sviluppare allergie alimentari, dermatite, colite.

A cura del Prof. Giuseppe Di Fede, Medico Chirurgo, Specialista in Nutrizione e Dietetica Clinica, Docente c/o il “Master di Nutrizione Umana” dell’Università di Pavia, Direttore Sanitario dell’Istituto di Medicina Genetica e Preventiva di Milano.

La salute si conquista soprattutto a tavola, imparando fin da piccoli le regole del mangiar sano. I genitori devono essere un modello per i loro figli: incoraggiare e proporre un’alimentazione sana, variare gli alimenti, limitare i cibi spazzatura e le bevande “zuccherine”.

Dato l’aumento considerevole dell’obesità, soprattutto tra i bambini, riportiamo di seguito alcune raccomandazioni, tratte dalle linee guida per la prevenzione del sovrappeso e il miglioramento dello stato di salute promosse dall’American Academy of Pediatrics, dell’Institute of Medicine e dell’American Heart Association.

ELENCO DELLE RACCOMANDAZIONI PER LA FAMIGLIA:


• I neonati vanno allattati al seno dalla nascita fino ai sei mesi, senza introdurre altri cibi solidi o liquidi; l’allattamento deve proseguire anche dopo l’inizio dello svezzamento, fino ai 12 mesi o più.

• Promuovere un’alimentazione salutare variando la dieta: frutta, verdura, cereali integrali, proteine da fonti salutari, prodotti caseari a basso contenuto di grassi, considerando l’eventuale presenza d’intolleranze alimentari o allergie. Consiglio di eseguire un test diagnostico genetico sulla predisposizione alla celiachia e intolleranza al lattosio, in modo da iniziare a variare la dieta in funzione del risultato ottenuto dall’indagine genetica.

Non tenere in casa alimenti a elevato contenuto calorico e con basso valore nutrizionale, in particolare bevande zuccherine. Se proprio si desidera bere una bevanda zuccherata, è concessa dopo un’intensa attività fisica, così da evitare che il carico di zuccheri si accumuli nel tessuto adiposo.

Consiglio un test diagnostico sulla ricerca di eventuale intolleranza alimentare tramite ALCAT, test che individua gli alimenti responsabili d’intolleranza e accumulo di grasso.
• Essere un modello per i propri figli scegliendo una dieta salutare e praticando attività fisica.
• Incoraggiare i bambini a provare varietà nuove di cibi salutari, come le verdure; potrebbero essere necessari più tentativi per far accettare un cibo nuovo ai bambini.
• Far mangiare ai bambini 5 porzioni al giorno di frutta e verdura, anche gli adulti dovrebbero seguire le indicazioni.
• Cenare con tutta la famiglia, a casa, e coinvolgere i bambini nella spesa e nella preparazione dei pasti.
Fare la colazione e incoraggiare i bambini a farla ogni giorno, cercando di variare gli alimenti proposti (colazione salata o dolce o mista).
Limitare il più possibile i pasti al ristorante e al fast-food e il consumo di cibi pronti.
• Insegnare ai bambini a porre attenzione alla sensazione di sazietà; offrire porzioni più piccole, non forzarli a “pulire il piatto”.
Incoraggiare l’attività fisica per un’ora al giorno (anche discontinuamente).
• Limitare a meno di 2 ore al giorno il tempo trascorso davanti alla TV.

È importante ricordare che l’obesità è considerata la causa principale di diabete di tipo 2,in soggetti che sono geneticamente predisposti alla malattia. Si può prevenire lo sviluppo di diabete mellito di tipo 2 o alimentare attraverso un test genetico di medicina preventiva che individua i soggetti predisposti a sviluppare la “resistenza insulinica”, fattore di sviluppo, nel tempo, del diabete alimentare. Successivamente, il medico nutrizionista specializzato consiglierà un piano nutrizionale adeguato. Ancora una volta, la prevenzione nasce a tavola.

Per approfondimenti:

- http://www.hsph.harvard.edu/obesity-prevention-source/obesity-prevention/families/family-healthy-eating-and-obesity-prevention.html
- http://www2.aap.org/obesity/families.html?technology=1

A cura del Prof. Giuseppe Di Fede, Medico Chirurgo, Specialista in Nutrizione e Dietetica Clinica, Docente c/o il “Master di Nutrizione Umana” dell’Università di Pavia, Direttore Sanitario dell’Istituto di Medicina Genetica e Preventiva di Milano.

Sono numerosi gli “esperti” e in particolare gli allergologi che negano l’attendibilità di tutti i test per le intolleranze alimentari. In particolare, leggendo l’articolo comparso nei giorni scorsi su “Salute Repubblica” on-line, nella rubrica “L’Allergologo Risponde”, Sulle intolleranze alimentari i test sono inattendibili e inutili, desidero esprimere alcune considerazioni, che riguardano soprattutto il test Alcat.

La diagnostica di laboratorio sulla ricerca delle intolleranze alimentari è un argomento da sempre molto dibattuto. Una volta esclusi tutti i meccanismi immunologici che causano allergie IgE mediate, deficit enzimatici (lattasi) e celiachia, rimane un vuoto per la diagnostica clinica e di laboratorio su tutte le forme clinicamente evidenti ma prive di riscontro da parte del laboratorio.

Eppure, non sempre si tratta di un disturbo legato alla somatizzazione d’ansia, allo stress, o altro di psicosomatico, anche se di solito sono queste le uniche risposte fornite dai medici a tutti quei pazienti che manifestano reazioni e problemi legati alla ripetuta assunzione di cibo.

Negli ultimi anni, numerosi lavori scientifici condotti dall’Ospedale S. Matteo di Pavia, Laboratorio di Immuno-Allergologia, pubblicati sulla rivista ufficiale dell’European Academy of Allergology and Clinical Immunology, riportano i notevoli risultati ottenuti dopo il test d’intolleranza alimentare ALCAT nella terapia di numerose patologie della pelle (dermatiti, eczemi, orticaria) non IgE mediate e disturbi gastro intestinali. Altri studi, con protocolli di valutazione su altre patologie legate alle sensibilità alimentari, sono ancora in corso.

Il sistema di analisi ALCAT valuta la reazione del sistema immunitario innato, attivo nelle reazioni di difesa contro antigeni di origine batterica, virale, micotica, frammenti proteici alimentari. Si suppone che la via di attivazione avvenga attraverso i Toll Like Receptor, con la messa in atto intracellulare di segnali che portano all’attivazione di NkF-b, e a sua volta l’induzione di citochine pro infiammatorie. La reazione flogistica mantenuta nel tempo porta all’attivazione dei mastociti, granulociti neutrofili, come effettori finali della risposta anticorpale antigenica verso le proteine alimentari.

Da almeno 20 anni, il test ALCAT è utilizzato nel campo delle intolleranze alimentari; i pazienti sottoposti al test sono persone che non hanno trovato risposte nei test tradizionali, se non attraverso una terapia farmacologica, che in alcuni casi sono costretti a seguire anche per diversi anni.

La metodica alcat consente, invece, di affrontare la terapia in maniera non farmacologia. Attraverso una dieta, impostata dal nutrizionista specializzato, priva degli alimenti riscontrati positivi al test ALCAT, successivamente reintrodotti in maniera graduale e controllata (Dieta di Rotazione) è infatti possibile ridurre l’infiammazione e ottenere un miglioramento dei sintomi (come si evince dagli studi dell’Università di Pavia condotti un campione di pazienti con problemi gastro intestinali e dermatologici: http://www.alcat.it/index.php/studi).

Infine, si sottolinea nuovamente che la medicina tradizionale, in ambito allergologico-immunologico, dove ancora molto c’è da scoprire e studiare, non ha ancora trovato una soluzione per numerosi disturbi e patologie. Il test ALCAT tenta di fornire una risposta in grado di risolvere almeno in parte i problemi legati all’alimentazione, che si basa sul cambiamento dei nostri stili di vita. Per una salute duratura nel tempo è, infatti, indispensabile conoscere e scegliere i cibi più idonei al nostro organismo. Ricordiamoci che un terzo delle malattie oncologiche ha origine da un’alimentazione scorretta protratta negli anni. La prevenzione nasce a tavola e inizia da piccoli.

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